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Emiliano Laszlo racconta Studiopretzel [intervista]


Posted by andreavigneri on 12 apr 2012 / 0 Comment
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Qualche tempo fa grazie ad una segnalazione mi sono ritrovato a visitare il sito di Studiopretzel, un progetto interessante sotto diversi punti di vista. Primo tra tutti il fascino tipico ciò che sfugge ad una definizione canonica, apri la pagina “about” e scopri che si autodefinisce come “il cool jazz di Chet Baker, un gol di tacco, un calice di eccellente vino rosso, uan camicia di morbido cotone, un tramonto in barca a vela”, insomma un piccolo piacere della vita come suggerisce già il divertente nome. Nato come un collettivo creativo di fotografia e video, nel 2011 ha debuttato a Pitti Uomo con la sua prima collezione, primavera-estate 2012 appunto.

Una collezione che mi ha molto colpito per il suo essere piacevolmente di controtendenza in una stagione ricca di stravaganze ed eccessi, così oltre a presentarvela, abbiamo scelto di intervistare Emiliano Laszlo, fondatore di Studiopretzel, personaggio interessante, e protagonista di questi scatti (da ex modello non poteva che essere il migliore testimonial sei suoi capi).

Emiliano, puoi raccontarci prima di ogni cosa il tuo percorso formativo e professionale e anche l’evoluzione del progetto Studiopretzel?

Io con la moda c’entro poco nel senso che, a parte qualche lavoro come modello quando ero più giovane, non ho mai frequentato nè tantomeno studiato quel mondo, il mio percorso è diverso. Nasco come filmaker e fotografo, ho lavorato tanto in pellicola. Non ho lauree perchè non sono mai riuscito a credere nei percorsi educativi italiani quando ero studente e quindi mi sono buttato su esperienze personali e scuole concrete, in cui si facesse qualcosa sul campo e non sui libri. Ho lavorato poco meno di dieci anni in teatro, a Firenze e in turneè. Devo dire che queste esperienze probabilmente hanno sviluppato in me un senso estetico di qualche tipo, a oggi ti direi abbastanza rigoroso; adoro da sempre il Giappone, l’ho visitato e l’ho vissuto, ecco questo rigore di forme e sensazioni rimanda la mia estetica a questo paese, quindi direi che è un punto di partenza forte per un brand giovane come il mio.

Cosa spinge un giovane a rischiare in un progetto ambizioso e ad ampio raggio come questo?

Due, tre anni fa quando ho smesso di lavorare a teatro ero un pò allo sbando, ho provato con qualche lavoretto che potesse in qualche modo soddisfarmi, ma non ci sono riuscito. Quella di creare qualcosa di mio è stata proprio un’esigenza. L’economia, la crisi, ecc. tutte parole vere, reali, ma stra-usate, se non si fa qualcosa per risollevarsi, ho sentito che dovevo essere io stesso l’artefice della rinascita senza dover stare ad aspettare qualcosa dal cielo. Si tratta di una scommessa certo, ma avevo qualcosa da dire e ci provo.


Il nome Studiopretzel suscita curiosità e divertimento, ma al tempo stesso evoca la tradizione, la cura artigianale nel preparare questo tipico pane o nel confezionare un capo, come è nato?

E’ esattamente così, il nome studio serviva ad evocare quest’idea , un pò demodè forse, del lavoro organizzato in ufficio, da un team di persone coordinate. Il pretzel è un simbolo prima di tutto divertente, da bambini direi. Mi serviva per contrastare l’eccesso di serietà, per essere un pò più “leggeri”.


Puoi svelarci qualcosa sui progetti all’orizzonte?

Al prossimo Pitti Uomo di giugno presenteremo la collezione estiva 2013 che è già pronta,  in cantiere c’è una collaborazione con un brand di maglieria, formato da ragazzi giovani e svegli con cui mi trovo su lunghezze d’onda simili.


La collezione SS 2012 punta sulla cura del dettaglio e sui materiali che provengono da ispirazioni geografiche e temporali diverse, puoi raccontarci questi due aspetti?

La collezione estiva 2012 parte dal concetto di pulizia formale e praticità, ho voluto creare dei pezzi che fossero netti, ma con un forte carattere una volta indossati. Per esempio il panta-kimono, un capo che sembra un pantalone largo, ma che in realtà nasce dalla linea del pantalone da judo o da jiujitsu, confezionato però come un capo sartoriale. Tessuti leggeri per camicie e pantaloni, denim e lini per bermuda e bluse, colori neutri, microtrame; ci sono sempre dettagli importanti che elevano il capo a qualcosa di unico.

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