Il capitale umano, la polemica idiota

Il capitale umano

Quando Sam Mendes raccontò uno scorcio degli Stati Uniti in American Beauty, e per farlo non scelse l’ovvia e abituale New York, il ceto medio della provincia americana non si sentì offesa. In effetti lì nessun giornalista si prese la briga di alimentare polemiche, l’ambientazione di un film è funzionale alla storia. La critica e il pubblico quel film lo premiarono (5 premi Oscar, tra cui miglior film), forse anche troppo, dato che anni dopo comparì tra i film più sopravvalutati della storia del cinema.

Il capitale umano è una vera eccezione nel cinema italiano dove se ci si allontana da Roma, negli ultimi anni pare esista  solo la Puglia (che ha adottato esemplari politiche di sostegno per la settima arte). Stavolta Paolo Virzì ha scelto la Brianza e il perché lo ha spiegato a Natalia Aspesi su La Repubblica: “L’ho scelta perché è vicina a Milano, dove c’è la Borsa, dove ogni giorno si creano e distruggono patrimoni: poi perché cercavo un’atmosfera che mi mettesse in allarme, un paesaggio che mi sembrasse gelido, ostile e minaccioso. Mi interessavano due scenari, quello dell’hinterland con i grumi di villette pretenziose dove si celano illusioni e delusioni sociali, e quello dei grandi spazi attorno a ville sontuose dai cancelli invalicabili”.

Non servono lauree per comprendere che se i protagonisti della storia appartengono al mondo dell’alta finanza il film non può svolgersi sulle pendici del Vesuvio, e che nebbia e cieli grigi si prestino più di caldi raggi di sole ad un film che resta nella struttura un thriller. Un mistero resta pure come i critici del film, molti dei quali senza neanche averlo visto, possano recitare il copione che da anni sono abituati a rivolgere al tradizionale regista “comunista”, come se Virzì fosse un girotondista alla Moretti o il classico intellettuale attorno a cui l’establishment culturale farebbe cerchio. Forse non hanno visto Caterina va in città..

E il film fosse un dramma social alla Ken Loach, contro il capitalista signore delle fabbrica. Semmai punta il dito contro una ricchezza costruita senza il lavoro, la miseria umana e sociale di un sistema corrotto da chi produce i soldi meschinamente: lo fa il ricchissimo personaggio interpretato da Fabrizio Gifuni con i fondi di investimento, lo fa il mediocre Fabrizio Bentivoglio che tradisce perfino la figlia pur di ordire un ricatto. Al primo non interessa che il figlio realmente non abbia nessuna colpa, al secondo non interessa che un ragazzo innocente possa finire in carcere.

Quello che i giornali dovrebbero invece raccontare è che il cinema italiano funziona e pure bene: mentre il mondo parla de La grande bellezza, nelle sale è uscito un altro film degno di nota e che per una volta racconta la contemporaneità. Senza trascurare l’importanza di un film/caso come “Sole a catinelle” di Zalone, perché in fondo il cinema è un’industria e l’esistenza di blockbuster non impedisce, anzi favorisce, l’investimento nel cinema colto. Un po’ meno lo favorisce la diseducazione di polemiche sterili. E questo è un problema di educazione alla bellezza.

 

1 Comment

  • Martha ha detto:

    Esatto, Andrea. La scelta della Brianza è stata prettamente estetica – e probabilmente anche economicamente conveniente. E poi ti assicuro che anche a Posillipo c’è chi agisce – agirebbe – esattamente allo stesso modo ma con una bella vista sul golfo e sul Vesuvio e neanche tanto sole in più, se vedi il meteo di questi giorni. Del resto un discorso analogo si potrebbe applicare forse a tutte le nostre città e non solo qui in Italia. Bisogna essere davvero ottusi per non capirlo.

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