Governo Renzi, quando la moda non deve fare pagelle ma richieste

Governo RenziDurante la trasmissione “L’aria che tira” in onda su La7 , è stato trasmesso l’inevitabile e odioso servizio sul look delle “ministre”– orrida parola – del neonato Governo Renzi. La particolarità del servizio erano i commenti affidati al “popolo della moda”, intervistato durante la Milan Fashion Week. E mentre si discuteva di plateau e giacche rosa, ecco, l’idea geniale. “Le Ministre del Governo dovrebbero indossare capi Made in Italy per promuoverlo nel mondo”.

Un affermazione doppiamente stupida, perché proveniente da un’addetta ai lavori – non riesco a ricordarne il nome, se lo sapete, aiutatemi – e perché figlia di una cultura che vede le donne come figure ornamentali nelle stanze del potere e della politica.

Un ministro di sesso femminile non è una mera figura di rappresentanza come può essere la First Lady americana che, in quel caso giustamente, indossa capi di giovani stilisti americani nelle occasioni ufficiali e di rappresentanza.

Un ministro ha il potere di dare un indirizzo politico e proporre soluzioni al vaglio dei suoi colleghi di governo e, soprattutto, del parlamento.

Mi stupisce che finora nessuno, sulla scia della Milan Fashion Week, ne abbia approfittato per proporre idee concrete alla nuova compagine governativa: il settore moda impiega per la maggior parte donne, necessita di manodopera specializzata e qualificata – che è il vero cuore del Made in Italy, altro che la mera proprietà di un brand – una manodopera che sta scomparendo lentamente, mentre la formazione professionale italiana, affidata a enti privati e finanziata dai fondi europei, propone utilissimi corsi di “Sbigliettatore di cinema” – tratto da una storia vera – e altre amenità che servono solo a finanziare chi in questi corsi “insegna”.

La politica non può lasciare il fianco scoperto sulle questioni che girano intorno al sistema moda, perché non si può ridurre tutto all’accoglienza e ai servizi che le singole città (Milano e Firenze) danno agli stranieri che vengono in Italia in occasione delle Fashion Week e del Pitti. Non è un problema di immagine, di glamour. Ma di occupazione e di sbocchi per le giovani generazioni.

Altrimenti, possiamo lasciare che ancora una volta la politica si faccia dare una lezione dall’imprenditoria illuminata, come quella di Zegna, che stanzia un fondo di 25 milioni di euro in 25 anni per far studiare i nostri talenti all’estero e farli tornare in patria adeguatamente formati. Adeguatamente formati. Riflettiamo.

Le vetrine e le parate lasciamole alle First Lady. Ai ministri Federica Guidi (Sviluppo economico) e Stefania Giannini (Istruzione) chiediamo qualcosa di più che l’outfit perfetto per il giuramento.

    6 Comments

    • Altelier ha detto:

      Condivido pienamente quello che dici. Con ALTELIER, stiamo provando a costruire un sistema equo per sostenere e promuovere quella manodopera specializzata e qualificata che, come dici, rischia di scomparire. Facciamo un lavoro di ricerca e di valorizzazione sull’artigianato di moda italiano, che sta ancora vivendo una fase di fortissima penalizzazione, un lavoro a 360° che non si limita alla realizzazione di una vetrina per vendere creazioni, ma mira ad un progetto di crescita comune. In questo percorso però, aldilà dell’entusiasmo e del sostegno delle persone e delle aziende che ci circondano, per il nostro futuro e quello delle maestranze di questo paese, dovremmo essere presi per mano dalla Politica. Che per quanto ci riguarda, può indossare quello che preferisce, purché la sostanza sia fatta di impegno concreto.

    • Alessandra ha detto:

      Sono capitata per caso sul tuo sito e mi hanno colpito il nome e gli argomenti: non mi sarei aspettata un post sulla moda in politica e mi ha subito incuriosita. Mi dispiace però essere in disaccordo sia sull’aspetto linguistico (riguardo al neologismo “Ministra”) quanto alla citazione anonima sul fatto che le donne del governo dovrebbero indossare capi Made in Italy.\r
      Quanto alla prima questione, in quanto amante della lingua italiana, della sua storia e della sua linguistica mi sento di dissentire e di dire “Finalmente stiamo superando il sessismo linguistico!” \r
      Quando le cose ci spaventano è perché spesso non ne conosciamo il nome e l’origine: iniziare a chiamare una “donna ministro” con il SUO nome e cioè Ministra, è un primo passo per abbattere il pregiudizio, la paura e quindi l’ostilità verso qualcosa di ancora poco comune (se ci pensi le donne al potere, e non solo in politica, sono meno rispetto agli uomini): credo fermamente che iniziare con chiamare qualcosa con il proprio nome sia come riconoscerle una sua identità e legittimarne l’esistenza, senza pregiudizi, non sei d’accordo? Abbiamo un patrimonio linguistico infinito e in continua espansione, perché limitarci? :)\r
      Rispetto alla seconda questione, non so se ho preso bene l’argomento però mi sento di dar ragione a chi ha detto quelle parole: non conosco l’intenzione ma francamente non ci trovo niente di male in promuovere il Made in Italy e non vedo nessuna relazione diretta con chi, come la First Lady americana, riveste un ruolo di rappresentanza. Cosa c’è di male in un po’ di sano patriottismo e orgoglio di ciò che di buono abbiamo (e di cose belle, ne abbiamo davvero da vendere!). Non penso sia riduttivo né in qualche modo discriminante per le nostre ministre indossare capi italiani (ammesso che siano di loro gusto, questo mi sembra essenziale!). \r
      Io amo la moda e ciò che più mi piace è proprio poter esprimere me stessa scegliendo dei capi in cui sentirmi comoda e bella. Mi auguro che le donne che ci rappresentano possano fare altrettanto e confermare un immortale modello di bellezza ed eleganza che da sempre fa di noi italiane un’icona di stile senza pari! \r
      Un saluto da Barcellona,\r
      Alessandra

      • simonamelani ha detto:

        Ciao Alessandra,
        intanto grazie per il tuo commento articolato: è bello sapere che qualcuno ha impiegato il suo tempo leggendo un post e rispondendo in maniera puntuale, è una bella occasione di confronto :)
        Ciò detto, purtroppo trovo certi termini come sindaca, ministra, avvocata decisamente cacofonici e credo farò fatica ad abituarmi. Se solo bastassero degli accorgimenti linguistici per garantire la parità di genere ti assicuro che sarei la prima a tatuarmi “ministra” sulla pelle.

        Sulla seconda questione, ti rispondo brevemente: su La 7 hanno intervistato degli addetti ai lavori della moda, in particolare giornalisti e la grande perla che son riusciti a partorire è stata “le ministre, per aiutare la moda, devono indossare solo capi made in Italy”. Il senso del mio intervento è “chi se ne frega, l’importante sono gli interventi strutturali a favore di un settore che è un baluardo del nostro Paese nel mondo”. Se la ministra allo sviluppo economico convocasse i principali protagonisti del settore per discutere su come promuovere la moda italiana nel mondo per me potrebbe anche essere vestita Zara, non credi? :)

    • Alessandra ha detto:

      Ciao Simona, grazie a te per avermi risposto, il confronto è un momento fondamentale per continuare a conoscere e a crescere. :)\r
      Pur tuttavia continuo ad essere in disaccordo, assumendomi tutto il rischio di suonare antipatica. :)\r
      Quanto alla questione della moda in politica, non posso essere precisa perché non avendo visto la trasmissione e sfuggendomi dunque molti dettagli, mi manca la visione d’insieme. Però io voglio sperare che quell’affermazione fosse più un incoraggiamento ad indossare capi Made in Italy nel mondo (non che effettivamente ce ne sia poi tanto bisogno, la nostra moda è già ovunque ed è anche molto apprezzata) che non un monito: l’ho già detto e lo ripeto, ciascuna donna dovrebbe indossare abiti che prima di tutto la facciano sentire comoda e bella, che siano Armani o Chanel è del tutto secondario. Però sì, credo che sarebbe bello che proprio le donne che ci rappresentano scegliessero i nostri stilisti, ammesso che siano loro a sceglierli deliberatamente. Ecco, magari spero che non scelgano Zara: io sono un’esteta, mi piace la moda non solo nella forma ma soprattutto nella sostanza. Inutile prendersi in giro, la qualità scadente di Zara (che paradossalmente continua invece ad alzare i prezzi) si vede già al primo o al secondo lavaggio quando esce fuori qualche foro (a me è successo). Per non parlare delle modalità di produzione ma qui andremmo a toccare un altro argomento infinito. Detto questo, io spesso sono “costretta” a scegliere Zara per i prezzi tutto sommato contenuti ma se fossi una Ministra di certo NO, non sceglierei Zara! :)\r
      Rispetto invece alla questione linguistica a me particolarmente a cuore (sono laureata in Lingue, ora capirai perché :P ) mi trovi ancor meno d’accordo: noi italiani siamo sempre pronti (più di altri paesi europei dove traducono tutto) ad accettare passivamente una quantità di anglicismi sempre più vasta. Il mondo di internet è talmente veloce che non ce ne rendiamo neanche conto ma ormai parole come “post”, “tweet”, “email”, “feed”, “scroll”, “blog”, “tag”, “like” fanno parte del nostro bagaglio linguistico quotidiano. E sempre noi italiani, così aperti all’esotico, diventiamo invece intransigenti con dei neologismi italiani solo perché possono suonare cacofonici. Io vivo in Spagna e credimi, qui forse esagerano nel verso opposto, ma hanno un controllo della lingua ben più rigoroso. \r
      Non ti dò torto, parole come “Ministra” o “Sindaca” suonano strane ma la stranezza viene dal “nuovo”. Se queste parole fossero nate prima di noi, ci suonerebbero del tutto normali e familiari. Posso capire le generazioni dei nostri nonni e genitori ma la nostra no. Proprio noi che dovremmo essere più flessibili, dinamici e ricettivi al cambiamento, siamo spesso i più intolleranti. Se c’è una cosa che ho imparato dallo spagnolo (e dalla cultura spagnola in generale) è la tranquillità e la naturalezza con cui affrontano il cambiamento, anche in materia linguistica: lo spagnolo è pieno di casi in cui hanno creato il femminile di una parola solo modificando l’ultima vocale: Ministro-Ministra, Abogado-Abogada, ecc… .\r
      Infondo se ci pensiamo, è così che è nata la nostra lingua: la Divina Commedia è piena di parole all’epoca del tutto nuove, inventate da colui che oggi è considerato il padre della lingua italiana. Perché non possiamo fare altrettanto? :)

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