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“The director”, la lezione da imparare

the director

 

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Martedì sera ho visto The director – inside the house of Gucci, il docufilm prodotto da James Franco uscito nelle sale cinematografiche italiane per 3 giorni. Quella dei documentari o dei film sulla moda è una tendenza sul regno nel regno delle tendenze, basta dare un’occhiata ai palinsesti di Sky Arte o di LaEffe, al successo di Valentino – the last emperor, The september issue o al proliferare di opere su Coco Chanel e più recentemente su Yves Saint Laurent, di cui aspettiamo al cinema la seconda biografia in meno di un anno.

Del resto la moda è una immensa riserva di storie di uomini, posti, momenti storici, fenomeni sociali, estetici che vale la pena raccontare. Non se ne accorgono quasi mai gli italiani però, che preferiscono reiterare soliti drammi pur avendo soggetti originali interessanti sotto al naso. Ma questa è un’altra storia…

The director – inside the house of Gucci, le cui riprese dall’Italia all’estremo Oriente sono durate 18 mesi, appariva sulla carta come un’ottima occasione. C’erano ben 90 anni di storia di una grande azienda, 10 di un percorso professionale importante e unico come è quello di Frida Giannini, inserita dal Wall Street Journal nella classifica delle 50 donne più potenti al mondo. Purtroppo il documentario non sfrutta pienamente il potenziale a sua disposizione.

Grande pregio di questo docufilm, che si è pertanto assunto un rischio non trascurabile, è il suo occhio clinico. Non cede ai facili stereotipi, al racconto facile del seducente e ingannevole lato glamour; rigoroso e puntuale, l’obiettivo della telecamera non scalda mai il cuore, neanche quando il racconto si sposta sulla storia personale di Frida Giannini, nemmeno quando svela il segreto della sua gravidanza. Un po’ però finisce per soffrirne a livello cinematografico: mancano ritmo ed empatia. Ma è efficace nel lanciare un messaggio che quasi mai viene comunicato: la moda è un lavoro, non un’arte, e rappresenta un’industria che pensa a livello globale. Chi avvisa i presunti “lavoratori della moda” che fotografano se stessi nella cabina armadio?

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